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1 settembre 2013
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Fondazione di cultura politica

L’Expo e la flessibilità “buona”

Di Marianna Madia Martedì 30 Luglio 2013 15:58 Stampa

L’Expo e la flessibilità “buona”

Foto: Simone Pacini 

Un accordo fra la società Expo 2015, i sindacati confederali e i rappresentanti di categoria definisce i piani di assunzione in occasione della prossima esposizione universale. Il cosiddetto “modello Milano”, senza creare nuove forme contrattuali, ma utilizzando al meglio quelle esistenti, cerca di coniugare esigenze produttive e diritti dei lavoratori. Fermi restando l’eccezionalità e il limite temporale dell’evento e i conseguenti confini all’applicazione erga omnes del modello stesso.

Sono molte le lezioni che si apprendono dalla stipula dell’accordo tra la società Expo 2015 spa, che dovrà gestire l’esposizione universale del 2015, i sindacati confederali e i rappresentanti di categoria del commercio di CGIL CISL e UIL di Milano. Lezioni che diventano tanto più importanti nel momento in cui il Parlamento si accinge a votare il decreto legge per l’occupazione, varato il 28 giugno 2013 dal governo Letta.

Come giustamente ha scritto Davide Colombo su “ll Sole 24 Ore” del 24 luglio scorso, le nuove regole, sancite dall’accordo di Milano, si dovranno accostare e integrare con il piano di incentivi alle assunzioni dei giovani e alle misure dello Youth Guarantee che il governo sta mettendo in campo; in accordo con quanto sta facendo l’Europa per combattere quello che la Commissione europea ha definito «l’inaccettabile fenomeno della disoccupazione giovanile di massa».

Il “modello Milano” cerca di coniugare esigenze produttive e industriali con i diritti attraverso un buon utilizzo della contrattazione, nella quale, come scrivono i rappresentanti della CGIL meneghina, si trova un sano punto di equilibrio. Il focus dell’accordo riguarda l’apprendistato, il contratto a tempo determinato e lo stage, in relazione ai posti di lavoro e ai processi di formazione che l’evento espositivo – un evento “produttivo” necessariamente di carattere non permanente – può generare da oggi al 2015.

Le aspettative dell’accordo sono importanti: si prevede l’attivazione di contratti di apprendistato per circa 340 persone, di età inferiore ai 29 anni; verranno attivati poi contratti a tempo determinato per circa 300 lavoratori, che saranno individuati partendo dalle liste di mobilità e dalle persone in stato di disoccupazione. Per ciò che riguarda gli stage – finora un vero e proprio buco nero della presenza giovanile nel mercato del lavoro italiano – sono stati stabiliti diciassette ambiti di orientamento professionale per un totale di 195 stagisti coinvolti, per i quali sono previsti un congruo rimborso spese e buoni pasto giornalieri.

L’accordo introduce delle deroghe alla legislazione, senza le quali il piano di assunzioni non sarebbe stato possibile. Per quanto riguarda l’apprendistato, le parti derogano al Contratto collettivo nazionale di lavoro del commercio introducendo nuove figure professionali che avranno specifici piani formativi da realizzare on the job, nonché un diverso conteggio del numero di apprendisti assumibili rispetto agli occupati stabili. Per quanto riguarda il tempo determinato vi è un ampliamento dei limiti quantitativi di utilizzo, a fronte della predeterminazione della causale e con specifiche durate contrattuali. Infine lo stage, del quale si estende la durata rispetto a quanto previsto dall’Accordo Stato-Regioni, prevedendo un corrispettivo e i buoni pasto per gli stagisti.

Che cosa vuol dire “modello”? E in che termini, come ha affermato il presidente del Consiglio, si può parlare di un laboratorio per il paese? E ha ragione il presidente della commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi quando afferma che il risultato dell’Expo è “poca roba” visto che riguarda una singola azienda e poche centinaia di lavoratori e che la sua forza va estesa il più possibile?

Bisogna tenere conto che si parla di Expo come di un grande evento, limitato nel tempo, con una funzione di “vetrina” per il sistema paese, nel quale convergono risorse finanziarie importanti. Crediamo quindi che vada messo in luce l’aspetto straordinario dell’evento Expo. Non bisogna inoltre scordare che l’accordo di Milano contiene anche una parte sulla legalità, la sicurezza sul luogo di lavoro, la regolarità contrattuale e contributiva per tutte le aziende che ricevono appalti e forniture di servizi, comprese le cooperative di servizi.

Expo-Milano è poi il frutto di una contrattazione libera, proveniente dal basso, con le parti sociali maggiormente rappresentative a livello nazionale. L’accordo non crea nuove forme contrattuali e non indebolisce quelle esistenti, ma si limita ad allargare la possibilità di usare meglio forme di contratto come l’apprendistato e il tempo determinato, che, va ricordato, hanno un forte portato di diritti, in quanto si occupano anche della ricollocazione dei lavoratori post 2015. Cosa diversa rispetto alla logica di Sacconi, che vorrebbe dare alla “contrattazione di prossimità” la possibilità di derogare al contratto nazionale e alla legge con efficacia erga omnes. È soprattutto questa una materia che va lasciata alla libera contrattazione delle parti maggiormente rappresentative, e non imposta brutalmente e rigidamente per legge. Crediamo che a Milano sia stata creata una buona flessibilità, che è il contrario esatto della deregolazione selvaggia, e che si possa fare tesoro di questa esperienza, con le sue peculiarità, anche in vista dell’avviso comune sulla flessibilità che il governo lancerà a settembre alle parti sociali.

Anche noi di Eclettica siamo d’accordo sulla buona flessibilità!

Era il 6 febbraio del 1998 quando un gruppo di personalità della cultura riformista italiana convocava a Roma, nei locali dell’istituto

Expo 2015 Bid Logo

Expo 2015 Bid Logo (Photo credit: Wikipedia)

San Michele, un seminario pubblico al quale prendevano parte esponenti della politica, della cultura, dell’impresa e del mondo del lavoro. Lo scopo della giornata era approfondire natura e finalità di una nuova fondazione culturale orientata alla costruzione di una comune coscienza europea nelle istituzioni, nell’economia e nella società italiana.

Da quel confronto ha preso le mosse la Fondazione Italianieuropei, che da allora persegue attraverso attività seminariali, formative e di ricerca, l’alimentazione di idee, progetti e scenari nel campo della politica nazionale e internazionale, della cultura, dell’amministrazione pubblica e dell’impresa.

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